L’economista francese Serge Latouche, esperto di fama mondiale nei rapporti economici e culturali Nord-Sud partendo da una analisi della crisi economico-culturale-sociale mondiale a cui stiamo assistendo e le sue catastrofiche ripercussioni sull’ambiente e sulla società propone un modello alternativo, economico, ma anche sociale e culturale. Questi sono i concetti e i passaggi fondamentali a i quali la Lista Civica si ispira.
Il modello economico attuale dei paesi occidentali, il modello capitalistico della crescita economica continua si basa su tre pilastri che garantiscono tale crescita:
- la pubblicità , che crea il bisogno continuo e il desiderio insaziabile di nuovo e di migliore,
- il credito, che consente a chi non ha denaro di comprare lo stesso nuovi prodotti e nuovi beni,
- la obsolescenza programmata, che fa si che i prodotti si deteriorino rapidamente e costringe ad acquistarne sempre di nuovi.
La crisi economica alla quale stiamo assistendo , e che non accenna ad attenuarsi, è iniziata come crisi finanziaria nel 2007 negli USA con il crollo del sistema dei “sub prime” ed è presto diventata crisi economica mondiale; ha visto il fallimento delle banche, delle grosse industrie , la recessione, la disoccupazione, l’aumento della povertà.
Le ripercussioni disastrose del modello della società dei consumi sul sistema ecologico sono dovute sostanzialmente al fatto che il modello si basa di un disegno di crescita geometrica infinita della produzione a discapito del fatto che le risorse del pianeta sono finite. E’ una risorsa finita il petrolio, sul quale si basa attualmente tutta la produzione energetica mondiale, sono risorse finite il suolo e l’acqua.
Gli scenari possibili, se non si abbandona questo modello, sono due: la distruzione totale dell’ecosistema e dell’umanità che lo abita o la crescita negativa che porta alla povertà, alla disperazione, alla fame.
Questo modello economico non può che condurre ad un inarrestabile aumento dell’inquinamento, alle alterazioni climatiche, alla scomparsa della biodiversità, alla distruzione delle foreste, ma anche alla infelicità dell’uomo, che ,intrappolato nella ideologia del benessere e dell’arricchimento continuo, finisce per diventare schiavo della infelicità causata dal desiderio insaziabile e sempre inappagato di nuovi beni, nuovi oggetti, nuove comodità.
Latouche propone il suo modello definito della “decrescita serena”: si tratta di un modello che necessita di una rivoluzione ideale e concettuale, prima che economica e organizzativa e che si articola in quello che lui definisce il programma delle 8 R:
RIVALUTARE: riconsiderare i valori ideali in cui crediamo e in base ai quali organizziamo la nostra esistenza: dall’egoismo all’altruismo, dalla concorrenza alla cooperazione, dall’ossessione per il lavoro al piacere per il tempo libero, dal consumo illimitato (le giornate trascorse al lavoro o al centro commerciale) alla cura della vita sociale, dal globale al locale, dall’efficiente al bello, dal razionale al ragionevole.
RICONCETTUALIZZARE: mutare il senso attribuito alle esperienze e alle situazioni: ridare valore alla povertà rispetto alla ricchezza, alla scarsità rispetto all’abbondanza, alla pace, la solidarietà sociale, la giustizia rispetto alla ricchezza e al potere individuale.
RISTRUTTURARE: adattare ai nuovi valori la struttura economica e produttiva, i modelli di consumo, i rapporti sociali, gli stili di vita orientandoli verso la società della decrescita
RILOCALIZZARE: consumare prodotti locali, sostenere le economie locali, prendere decisioni economiche e politiche basate su bisogni locali. Ciò porterebbe a ridurre le infrastrutture (strade, aeroporti, etc) l’inquinamento dovuto al trasporto delle merci, il consumo energetico.
RIDISTRIBUIRE: garantire a tutti l’accesso alle risorse naturali , ridistribuire in modo equo la ricchezza, offrire a tutti condizioni di vita dignitose.
RIDURRE: gli orari di lavoro per “lavorare meno ma lavorare tutti” e offrire a tutti la possibilità di godere del tempo libero, ridurre l’impatto sulla biosfera dei nostri modi di produzione e di consumo, e cioè il consumo di risorse, la produzione dei rifiuti, i trasporti.
RIUTILIZZARE: riparare gli oggetti anziché gettarli per comprarne nuovi, conservarli nel tempo.
RICICLARE: recuperare e riciclare i rifiuti non biodegradabili.
Questo modello è un modello “rivoluzionario” ed ideologico nel senso che impone una rivoluzione concettuale del modello di vita, ma le modalità e le strade per realizzarlo in pratica possono essere graduali e progressive e, soprattutto, locali prima che nazionali o mondiali.
I primi esempi non mancano: In Bolivia e in Equador è stato sancito nella costituzione che la natura è un soggetto di diritto, non si può sfruttare o privatizzare, è un bene comune, è la madre di tutti. E stato anche sancito che l’obbiettivo ultimo a cui tende la nazione non è l’aumento delle ricchezze, non è vivere meglio ma vivere bene.
Altri esempi di modelli locali di transizione verso il modello della decrescita vengono dall’Inghilterra, in cui è stato elaborato il modello delle “transition towns”, cioè un modello basato sul concetto della “RESILIENZA” ossia la sopravvivenza delle singole città alla catastrofe ecologica ed economica attraverso lo sviluppo delle economie e delle risorse locali. I mezzi possono essere l’autonomia energetica attraverso l’utilizzo delle energie rinnovabili disponibili localmente (vento e sole), l’autonomia alimentare attraverso lo sviluppo della’agricoltura e delle produzioni locali, la modificazione dei programmi politici amministrativi locali per ridurre l’impronta ecologica.
Un altro esempio di primi tentativi di un movimento in questa direzione è rappresentato dall’espandersi del fenomeno delle liste civiche di cittadini che propongono un’ alternativa alla logica di spartizione della torta dei partiti, sia di destra che di sinistra, per proporre programmi amministrativi centrati sulle esigenze sociali, culturali ed esistenziali dei cittadini, sulla tutela del territorio e delle economie locali.
Non è un progetto facile, non è detto che ce la faremo, ma vale la pena , per l’uomo e per il pianeta, di provarci.
Silvia Minozzi
Il modello economico attuale dei paesi occidentali, il modello capitalistico della crescita economica continua si basa su tre pilastri che garantiscono tale crescita:
- la pubblicità , che crea il bisogno continuo e il desiderio insaziabile di nuovo e di migliore,
- il credito, che consente a chi non ha denaro di comprare lo stesso nuovi prodotti e nuovi beni,
- la obsolescenza programmata, che fa si che i prodotti si deteriorino rapidamente e costringe ad acquistarne sempre di nuovi.
La crisi economica alla quale stiamo assistendo , e che non accenna ad attenuarsi, è iniziata come crisi finanziaria nel 2007 negli USA con il crollo del sistema dei “sub prime” ed è presto diventata crisi economica mondiale; ha visto il fallimento delle banche, delle grosse industrie , la recessione, la disoccupazione, l’aumento della povertà.
Le ripercussioni disastrose del modello della società dei consumi sul sistema ecologico sono dovute sostanzialmente al fatto che il modello si basa di un disegno di crescita geometrica infinita della produzione a discapito del fatto che le risorse del pianeta sono finite. E’ una risorsa finita il petrolio, sul quale si basa attualmente tutta la produzione energetica mondiale, sono risorse finite il suolo e l’acqua.
Gli scenari possibili, se non si abbandona questo modello, sono due: la distruzione totale dell’ecosistema e dell’umanità che lo abita o la crescita negativa che porta alla povertà, alla disperazione, alla fame.
Questo modello economico non può che condurre ad un inarrestabile aumento dell’inquinamento, alle alterazioni climatiche, alla scomparsa della biodiversità, alla distruzione delle foreste, ma anche alla infelicità dell’uomo, che ,intrappolato nella ideologia del benessere e dell’arricchimento continuo, finisce per diventare schiavo della infelicità causata dal desiderio insaziabile e sempre inappagato di nuovi beni, nuovi oggetti, nuove comodità.
Latouche propone il suo modello definito della “decrescita serena”: si tratta di un modello che necessita di una rivoluzione ideale e concettuale, prima che economica e organizzativa e che si articola in quello che lui definisce il programma delle 8 R:
RIVALUTARE: riconsiderare i valori ideali in cui crediamo e in base ai quali organizziamo la nostra esistenza: dall’egoismo all’altruismo, dalla concorrenza alla cooperazione, dall’ossessione per il lavoro al piacere per il tempo libero, dal consumo illimitato (le giornate trascorse al lavoro o al centro commerciale) alla cura della vita sociale, dal globale al locale, dall’efficiente al bello, dal razionale al ragionevole.
RICONCETTUALIZZARE: mutare il senso attribuito alle esperienze e alle situazioni: ridare valore alla povertà rispetto alla ricchezza, alla scarsità rispetto all’abbondanza, alla pace, la solidarietà sociale, la giustizia rispetto alla ricchezza e al potere individuale.
RISTRUTTURARE: adattare ai nuovi valori la struttura economica e produttiva, i modelli di consumo, i rapporti sociali, gli stili di vita orientandoli verso la società della decrescita
RILOCALIZZARE: consumare prodotti locali, sostenere le economie locali, prendere decisioni economiche e politiche basate su bisogni locali. Ciò porterebbe a ridurre le infrastrutture (strade, aeroporti, etc) l’inquinamento dovuto al trasporto delle merci, il consumo energetico.
RIDISTRIBUIRE: garantire a tutti l’accesso alle risorse naturali , ridistribuire in modo equo la ricchezza, offrire a tutti condizioni di vita dignitose.
RIDURRE: gli orari di lavoro per “lavorare meno ma lavorare tutti” e offrire a tutti la possibilità di godere del tempo libero, ridurre l’impatto sulla biosfera dei nostri modi di produzione e di consumo, e cioè il consumo di risorse, la produzione dei rifiuti, i trasporti.
RIUTILIZZARE: riparare gli oggetti anziché gettarli per comprarne nuovi, conservarli nel tempo.
RICICLARE: recuperare e riciclare i rifiuti non biodegradabili.
Questo modello è un modello “rivoluzionario” ed ideologico nel senso che impone una rivoluzione concettuale del modello di vita, ma le modalità e le strade per realizzarlo in pratica possono essere graduali e progressive e, soprattutto, locali prima che nazionali o mondiali.
I primi esempi non mancano: In Bolivia e in Equador è stato sancito nella costituzione che la natura è un soggetto di diritto, non si può sfruttare o privatizzare, è un bene comune, è la madre di tutti. E stato anche sancito che l’obbiettivo ultimo a cui tende la nazione non è l’aumento delle ricchezze, non è vivere meglio ma vivere bene.
Altri esempi di modelli locali di transizione verso il modello della decrescita vengono dall’Inghilterra, in cui è stato elaborato il modello delle “transition towns”, cioè un modello basato sul concetto della “RESILIENZA” ossia la sopravvivenza delle singole città alla catastrofe ecologica ed economica attraverso lo sviluppo delle economie e delle risorse locali. I mezzi possono essere l’autonomia energetica attraverso l’utilizzo delle energie rinnovabili disponibili localmente (vento e sole), l’autonomia alimentare attraverso lo sviluppo della’agricoltura e delle produzioni locali, la modificazione dei programmi politici amministrativi locali per ridurre l’impronta ecologica.
Un altro esempio di primi tentativi di un movimento in questa direzione è rappresentato dall’espandersi del fenomeno delle liste civiche di cittadini che propongono un’ alternativa alla logica di spartizione della torta dei partiti, sia di destra che di sinistra, per proporre programmi amministrativi centrati sulle esigenze sociali, culturali ed esistenziali dei cittadini, sulla tutela del territorio e delle economie locali.
Non è un progetto facile, non è detto che ce la faremo, ma vale la pena , per l’uomo e per il pianeta, di provarci.
Silvia Minozzi
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